venerdì, 25 settembre 2009

Vendemmia 2009 (Fotogallery)

 

VENDEMMIA 2009

FOTOGALLERY

 

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Panoramica sui vigneti prima della raccolta
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Uva barbera matura e pronta per la vendemmia 2009
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La natura rigogliosa da bella mostra di se
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Grappoli di uva bonarda
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Fotografia di grappoli d'uva nera nella tramoggia, poco prima della pigiatura
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lunedì, 24 agosto 2009

Il troppo stroppia

Chissà chi aveva avuto l’idea o chi era stato capace per primo di tradurre le sensazioni in parole? Sicuramente le reazioni che avvengono nel mosto, nelle sue fermentazioni e nell’affinamento del vino introducono sentori più o meno chiari di frutta, di fiori e di altre essenze naturali.  Questo fatto, la cui percezione si perde nella notte dei tempi, è stata una delle componenti dell’amore dell’uomo per questa bevanda di origine divina. Oltre ovviamente ai suoi poteri capaci di far dimenticare e di portare allegria e spensieratezza. Tutto andava bene fino a che si identificavano precisi aromi riconducibili a frutta e vegetali, facenti parte della vita di tutti giorni. Profumo di pesca, di pera, di pomodoro, di peperone, di rosa. Erano essenze che scaturivano immediate e che venivano percepite senza alcuna difficoltà da tutti coloro che alzavano il calice verso il dio Bacco.

Poi, lentamente, anche il vino divenne motivo di studio o, per meglio dire, occasione per primeggiare e forse, in alcuni casi, per soddisfare reconditi problemi esistenziali. I frutti di bosco si moltiplicarono e fece non poco stupore che i più grandi esperti del settore degustativo, che stavano aumentando a macchia d’olio con le prime guide specializzate e le scuole di insegnamento sensoriale, benché mai spostatisi dal patrio suolo, sapessero riconoscere perfettamente i quattordici tipi di mirtillo bianco della tundra d’Alaska, gettando nella costernazione i giganteschi Grizzly, che credevano di essere i soli depositari di quella millenaria tradizione. E non parliamo poi delle ventisette specie di more e di lamponi, tra cui quelle che erano esposte a sud, a sud-est, o che erano presenti su terreni calcarei, vulcanici, torbosi, silicei e via dicendo.

Poco alla volta il vino divenne un vero e proprio dizionario di tutti i frutti di bosco esistenti al mondo, facendo sua addirittura la rarissima uva sultanina glaciale, esistente solo nella punta più a nord della penisola di Ross, in Antartide, in grado di produrre frutti solo una volta ogni sette anni. Quando questo inconfondibile aroma fece la sua apparizione nei dotti volumi esplicativi delle caratteristiche base del vino, gli ecologisti insorsero pensando alla raccolta piratesca di quel rarissimo frutto, unico cibo della starna grigia ormai in via di inesorabile estinzione. Furono messi a tacere facilmente con qualche cassa di vino francese di medio prezzo, ma dal nome altisonante.

Tuttavia si riusciva ancora a rimanere in un ambito abbastanza circoscritto e le persone comuni che ascoltavano erano completamente rapite dalle sconvolgenti e inebrianti spiegazioni degli esperti. Gente comune che a fatica capiva che la mora differiva impercettibilmente dal lampone, ma che taceva assentendo, in quanto si ricordava benissimo di quel povero ragioniere di Poggibonsi, che durante una spiegazione coinvolgente ammise di non aver mai odorato un mirtillo, né bianco, né nero, né a strisce giallo-verdi. Fu messo alla gogna per nove giorni, guardato a vista da seri figuri in divisa. Nessuno osò più fiatare e si racconta di gruppi numerosissimi di neofiti che vagarono tra le montagne in cerca disperata del frutto che tanto era costato al loro sfortunato e loquace collega. Peccato che eseguirono la loro ricerca in pieno inverno e finirono quasi tutti assiderati o incornati da severi e vendicativi stambecchi.

La lezione però servì, in quanto ormai le bacche rosse, nere o bianche erano diventate di conoscenza pubblica e tutti sapevano (o fingevano di sapere) le più sottili differenze tra pianta e pianta. Questo passo in avanti, vero o falso che fosse, scatenò l’ira degli addetti ai lavori, che videro lentamente colmarsi la differenza abissale che esisteva tra loro e la plebe ignorante. Iniziarono allora a spaziare verso profumi più complicati ed esclusivi. Si ricorda ancora la tragica fine di quel grande professionista di Vancouver che volle portare in sala degustazione un lupo vivo e vegeto per mostrare la somiglianza tra il suo pelo bagnato e sporco di torba e l’effluvio che usciva da un pinot nero dell’Oregon. Il lupo, dopo qualche guaito, si innervosì alquanto e si lanciò contro il dotto conferenziere, strappandogli naso e lingua con un solo morso e distruggendogli le sue armi migliori. L’animale venne abbattuto senza pietà, ma il grande degustatore finì a vendere gelati per le strade della città canadese. Molti l’accusarono di essere andato troppo oltre e di non essersi accontentato del ben conosciuto ed apprezzato pelo di volpe. Ma ormai la strada era aperta. Ed ecco così gli aromi più reconditi e misteriosi.

Fiore di cactus seccato all’ombra, terra marcia tartufata, tarma sopravvissuta al calore di una “stube” altoatesina, cimici tritate con basilico di Prà, aglio di Vessalico spalmato su marmellata di ribes. Ma non solo vegetali o animali. Si arrivò al fazzoletto dopo sei giorni di raffreddore da fieno,  alla cera immersa in liquido organico di capra, al comodino del nonno, dove il simpatico vecchietto era solito tenere il suo vaso per la notte, e così via. La gente ignorante rimase molto sconvolta e sconcertata, ma fu presto e facilmente indirizzata  verso questa nuova generazione di aromi, che avevano preso un chiaro sopravvento sui banali profumi di frutta e fiori. Chi osava nominare una pera od un geranio veniva deriso per giorni ed esposto al pubblico ludibrio. Non parliamo poi di chi si limitava a parlare di struttura, di acidità, di mineralità, di eleganza. Non era nemmeno più ammesso alle sedute pubbliche, se non legato ad un tavolo con la museruola ben stretta sul volto. Tutto proseguì tranquillamente, con pace di tutti e con grande soddisfazioni dei pochi depositari di quelle sensazioni ineguagliabili. Fino alla famosa degustazione tenutasi al termine di un simposio gigantesco a cui erano stati ammessi, dietro pagamento di una somma mostruosa, non solo il pubblico più ignorante, ma addirittura i produttori dei vini in degustazione. Questo segno di sublime democrazia fu deciso a seguito dell’enorme sicurezza in se stessi raggiunta dai luminari del vino, convinti di essere ormai inattaccabili come una corazzata tascabile tedesca dell’ultima guerra.

La degustazione andò avanti tra le piccole urla di compiacimento degli uditori e lo stupore dei miseri vignaioli che per la prima volta sentivano e capivano cosa mai avevano inserito nel loro succo d’uva. I più sensibili si misero a piangere, altri esclamarono platealmente di non averne colpa, una minoranza si suicidò per lo stress nervoso. La situazione, del tutto controllata dai degustatori che assordavano i sopravvissuti con termini via via più complicati, ebbe però un risvolto tragico  ed inatteso quando si trovarono faccia a faccia due dei più autorevoli professionisti del bicchiere. Nessuno poteva comunque lontanamente immaginare la piega che prese la discussione. Il bicchiere dei due “santoni” fu riempito con un famosissimo vino di un celebre produttore presente in sala, i cui occhi erano più spaventati che stupiti. L’annata era di quelle fantastiche e tutti si aspettavano una lezione magistrale.

Partì il primo, piccolo e rosso di capelli, che iniziò con “foglia di eucalipto invasa dalle larve di coccinella”. Il secondo, alto, calvo e allampanato, rispose con un sorriso: “aceto balsamico tradizionale di Modena lasciato al Sole per quindici giorni”. Il piccoletto sembrò lievemente contrariato ed esclamò: “cassetto del comò della zia contenente le calze di lavoro dello zio (noto per le sue rarissime docce)”. Il calvo ribatté con evidente stizza: “sugo di arrosto in cui è caduta l’acqua di risciacquo dei piatti”. Il rosso non riuscì a nascondere un ringhio lugubre: “sterco di cavallo calpestato da una mandria di mufloni sardi”. Il collega alto sembrò quasi piegarsi in due e poi urlò a squarciagola: “puzzola marinata in olio di sambuco rancido”. Il piccoletto cadde al suolo in preda a vere e proprie convulsioni. Il medico non fece però in tempo a salire sul palco. Il pubblico aveva cominciato a dar di stomaco ed a correre negli unici tre bagni dove si verificarono terribili duelli corpo a corpo, anche mortali, per conquistare la tazza del water.

Il produttore, soffocando anch’egli i conati di vomito, si lanciò invece verso i conferenzieri. I suoi occhi non erano più stupiti né spaventati, ma sembravano due carboni ardenti rubati direttamente dalla riserva di Satana. Estrasse con forza le loro lingue e le annodò con triplo nodo alla cinese, impossibile da scogliere se non con l’amputazione. Fu fermato mentre stava infilando un’intera bottiglia del suo prezioso vino nella narice destra del degustatore calvo. Venne purtroppo rinchiuso per sedici anni in una cella d’isolamento a pane ed acqua, ma venne considerato un salvatore dalla gente “normale” che iniziò a bere il nettare di Bacco dicendo soltanto, quando i profumi si espandevano nel naso, : “che buono questo vino!”.

Scritto da Enzo Zappalà su "il giornale del vino" del 18 marzo 2009

giovedì, 02 luglio 2009

Gutturnio

Il Colli Piacentini Gutturnio è un vino DOC la cui produzione è consentita nella provincia di Piacenza, ottenuto da Vitigni: Croatina e Barbera.

Le percentuali impiegate sono 60% Barbera e 40% Croatina, variabili del +/- 10%

È il capostipite dei vini rossi piacentini. Nel 1967 il Gutturnio è stato tra i primi dieci vini italiani (e il primo vino piacentino) a ricevere la denominazione d'origine controllata (DOC).

Il Gutturnio prende origine dalla ricetta inventata da Lucio Calpurnio Pisone suocero di Giulio Cesare.

Cicerone, nell'oratoria In Pisonem, attacca l'avversario politico piacentino Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, rimproverandogli di rendere eccessivo onore ai calici della sua provincia ("Toreuma nullum, maximi calices, et ei, ne contemnere suos videatur, Placentini"), in compagnia del filosofo epicureo Filodemo di Gadara, "greco lascivo e compagno di bagordi".

resize2.jpgIl nome Gutturnio deriva da un boccale in argento "Gutturnium" ritrovato sulle sabbie del Po nel 1878.
Il Gutturnium in uso negli antichi romani veniva riempito di vino e a turno, i commensali, finita la cena, bevevano il sorso dell'amicizia e dell'ultimo commiato.

I veri piacentini oggi lo bevono  ancora usando non il bicchiere ma rigorosamente lo scodellino bianco da osteria.

Esistono vari tipi di Gutturnio:

  • Gutturnio Classico
  • Gutturnio Classico Riserva
  • Gutturnio Classico Superiore
  • Gutturnio Frizzante
  • Gutturnio Riserva
  • Gutturnio Superiore

 

Le tipologie Fermo, Superiore e Riserva possono invecchiare per anni, migliorando le proprie caratteristiche organolettiche.

La tipologia Riserva deve sostare per almeno un anno in botti di legno, e deve essere commercializzata ad almeno 2 anni dalla vendemmia.

La dicitura Classico, presente su alcune bottiglie di tutte le tipologie, identifica un vino prodotto nei comprensori storici della DOC

Caratteristiche organolettiche

  • colore: rosso rubino brillante di varia intensità.
  • odore: vinoso e caratteristico.
  • sapore: secco o abboccato, fresco, giovane, tranquillo o vivace

 Abbinamenti consigliati

La versione frizzante si abbina ai taglieri di salumi e formaggi, pistä d'gras, primi piatti della cucina piacentina come i classici Pisarei e fasö. Le versioni ferme sposano arrosti e bolliti. Eccellente l'abbinamento con la coppa piacentina arrosto.

 

Fonti:

 

http://www.filibertoputzu.it/il_gutturnio_sc_1747.htm

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Colli_Piacentini_Gutturnio

 

http://www.gutturniofestival.it/il-gutturnio.html

 

 

venerdì, 17 ottobre 2008

Vendemmia 2008: vinificazione in rosso

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LA PIGIATURA:

Il mosto, ottenuto dopo diraspapigiatura delle uve, rimane a contatto con le bucce e i vinaccioli (le vinacce) per un periodo di tempo variabile in funzione dell'effetto desiderato. Se la vinificazione viene fatta avvenire lasciando fermentare il mosto in presenza delle vinacce per un periodo di tempo relativamente lungo (7-15 giorni) si utilizza il termine "vinificazione con macerazione" o alternativamente si parla di "vinificazione in rosso". Quest'ultima definizione si collega al fatto che le sostanze coloranti, presenti nelle bucce, vengono estratte nel tempo sfruttando l'azione solubilizzante dell'alcol che viene prodotto nel corso della fermentazione. 

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I RIMONTAGGI:
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Per migliorare il contatto con le vinacce, che tendono a galleggiare sul mosto formando il cosi detto "cappello", si utilizzano i rimontaggi, che consistono nell'innaffiamento del capello dall'alto con il mosto prelevato dal basso del tino per mezzo di una pompa per liquidi; (disegno sopra)

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LA SVINATURA:
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Al termine della fermentazione il vino nuovo, torbido e ricco di anidride carbonica, viene separato dalle sue vinacce mediante un travaso che prende il nome di svinatura; il vino nuovo o "fiore" viene destinato a seconda dei casi verso tini in acciaio o botti in legno, mentre le vinacce vengono sottoposte alla torchiatura dalla quale si ottiene il vino torchiato.
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LA SVINATURA: DETTAGLIO

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LE PRESSE
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Fonti:

http://www.italyeno.com/vinificare/vinirossi.htm

Foto:

Podere Casale

lunedì, 13 ottobre 2008

Vendemmia 2008: uva rossa parte II

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Alba a Podere Casale

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Una vendemmiatrice all'opera 
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Dettaglio della raccolta manuale
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Uva bonarda nella tramoggia: prima della pigiatura.
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giovedì, 25 settembre 2008

Vendemmia 2008: uva rossa

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E' il momento della raccolta di Barbera e Bonarda, uve a bacca nera dalle quali nascerà l'ottimo gutturnio di Podere Casale

 

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Infaticabili vendemmiatori si muovono con passo sicuro
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Sullo sfondo il ricovero attrezzi agricoli, sulla destra un leggendario Isuzu del 1989, in dotazione al parco macchine di Podere Casale dalla metà degli anni novanta
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Altri vendemmiatori autotrasportabili
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mercoledì, 17 settembre 2008

Settembre 2008 è iniziata la vendemmia

Come ogni anno, con il mese di settembre, alcuni giorni fa, a Podere Casale è iniziata la vendemmia...

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Nella foto sopra grappoli di uva Malvasia di candia aromatica
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Le uve sono raccolte a mano in piccole casse per garantire la massima qualità e scartare i grappoli eventualmente difettosi
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Un trattorista alla guida di un potente mezzo meccanico!
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Nella foto sotto, le maestranze trasferiscono le uve in uno speciale muletto di acciaio.
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Poi, vengono rovesciate in un carro più grande per essere trasportate in cantina dove saranno vinificate...
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sabato, 16 agosto 2008

Gutturnio DOC frizzante

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GUTTURNIO DOC FRIZZANTE

Si presenta leggermente frizzante, giovane, fresco, brioso; dal colore rosso rubino brillante dagli aromi di frutta e di mandorla amara, dal gusto pieno, corposo è l’ideale abbinamento per carni rosse e bianche. Va servito alla temperatura di 19°C.

La vendemmia 2000 premiata con un bicchiere sulla Guida ai vini d'Italia 2002 Gambero Rosso.

La vendemmia 2003 premiata con un bicchiere sulla Guida ai vini d'Italia 2005 Gambero Rosso.

La vendemmia 2006 premiata con un bicchiere sulla Guida ai vini d'Italia 2008 Gambero Rosso.

Composizione del terreno: Calcarei e argillosi freschi

Altitudine media: 350 mt

Forma di allevamento: Guyot semplice

Uvaggio: 60% Barbera   40% Croatina

Vinificazione: Macerazione di 5 giorni con rimontaggi frequenti ma brevi per estrarre tutto il colore e pochi tannini alla temperatura di 25°C per conservare le note fruttate.
 

Caratteristiche: Dal colore rosso rubino con riflessi violacei, profumo netto, fruttato con note di fiori di mandorlo e leggera prugna. Sapore sapido leggermente tannico. E' un vino fresco, brioso, giovane nell'ottica di una degustazione dal taglio dell'immediatezza: vedo, mi piace lo bevo.

Abbinamenti: Ottimo anche in abbinamento con carni bianche e rosse. Va servito ad una temperatura di   18°-19° C.

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Bonarda DOC frizzante

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BONARDA DOC FRIZZANTE secco

Bonarda è il nome caratteristico piacentino dell’uva croatina, uva versatile dagli aromi e gusti caratteristici. Di colore rosso, leggermente frizzante, intenso, corposo, dal profumo di viole e dal gusto di mandorle amare. Ideale per arrosti e bolliti: ottimo se affogato nelle fragole. Servire alla temperatura di 19°C.

La vendemmia 2000 miglior vino frizzante italiano sulla Guida ai vini d'Italia 2002 de l'Espresso.

La vendemmia 2000 premiata con un bicchiere sulla Guida ai vini d'Italia 2002 Gambero Rosso.

Composizione del terreno: Calcarei e argillosi freschi

Altitudine media: 350 mt

Forma di allevamento: Guyot semplice

Uvaggio: Croatina

Vinificazione: Uve versatili dagli aromi caratteristici; macerazione per 6 giorni con due rimontaggi a temperatura controllata di 25°-28° C.

Caratteristiche: Leggermente frizzante, di colore rosso intenso, dai profumi di viole, dal gusto corposo di mandorle amare.

Abbinamenti: Ideale per arrosti e bolliti, ottimo se affogato nelle fragole. Va servito alla temperatura di 19° C

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Malvasia DOC frizzante

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MALVASIA DOC FRIZZANTE  secca

Dal profumo intenso è di sapore caratteristico e morbido. E’ secco leggermente frizzante per un ottimo abbinamento al pesce, alle minestre asciutte in bianco, al salame. Va servito alla temperatura di 9°C.

Composizione del terreno: Calcarei e argillosi freschi

Altitudine media: 350 mt

Forma di allevamento: Guyot semplice

Uvaggio: Malvasia di Candia

Vinificazione: Selezione particolare di uve provenienti da vigneti ben esposti, pressatura soffice (il solo fiore).  Temperatura controllata,  fermentazione piuttosto bassa 16°/17° C

Caratteristiche: Vino dal colore giallo paglierino, perlage fine; profumo netto caratteristico di leggera pesca e salvia aromatica. Sapore sapido di medio corpo.

Abbinamenti: Ideale come aperitivo, con antipasti freddi e primi piatti con funghi senza pomodoro.

Va servito alla temperatura di 9°/10°C

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